giovedì 15 settembre 2011

Recensioni di "Rodolfo Toè"

L’omonimo Ep di Rodolfo Toè parte in sordina, sussurrando ricordi che prendono forma con lampi di chitarra elettrica (“Avevo”), prosegue con un brano che ricorda De Andrè(“Silvia”) e culmina in “Abitudini” in cui si sente l’impronta di Vasco Brondi. La seconda parte del disco ricalca le linee di acustica con incursioni di elettronica e la voce di Rodolfo in primo piano (voce che nella traccia di chiusura, “Trieste”, torna prepotentemente a ricordare Le Luci Della Centrale Elettrica). Il disco è una piacevole sorpresa perché alla lunga, seppur non privo di qualche difetto, risulta interessante. Come esordio non c’è male, il ragazzo può fare il salto. (Shiver)

Rodolfo Toè è voce e chitarra classica con feedbacks di sottofondo tra dolci melodie e musiche folk.Arrangiatore unico dei brani che sono 6,sono canzoni in cui l'autore canta e racconta storie e pensieri,denuncia con eleganza e malizia,sperimentando suoni e snza urlare racconta.Ipnotico nei suoni,nei racconti non sembra neanche che hai semplicemente ascoltato 6 brani. Una strana e in certi momenti disturbata sorpresa,che incuriosisce sicuramente. E' un album da ascoltare in cui si spendono davvero poche parole. (Alone Music)

Un attimo prima di cadere nella trappola De André, che il cantautorato lo spedisce in un buco nero da cui pochi possono permettersi di uscire, semmai guardando alla visione languida dei Faust'O e alla poesia cerebrale di Mario Castelnuovo, c'e questo omonimo ep del veneto Rodolfo Toé, febbricola contemporanea sedata a forza di nostalgie sfrigolanti seventies, vaghezza lo-fi e vampe noise-psych che diresti tra Eno e Canali. Costantemente aggrappato ad una tensione che non lascia posto ad ironia di sorta nel flusso ossessivo dei correlativi emotivi, cantati talvolta in punta d'esasperazione Vasco Brondi talaltra rammentando il lirismo acidulo del dimenticato Erz. (SentireAscoltare)

Prega di non essere preso troppo sul serio il ventiseienne Rodolfo Toè, cantautore della Sinistra Piave, compositore ed esecutore di ‘se stesso’. E noi lo accontenteremo nei possibili limiti giacché difficile pare non ascoltare con serietà il suo mini-album “orgogliosamente autarchico nella produzione e nella registrazione”. Controverso, spinto, indifferente, ma autenticamente delicato nella ruvidità dell’intento artistico. Sussurra tra leggiadrie folk e urla acutamente tra durezze elettriche, interessante no? Interessante la precisione testuale scontrantesi con disturbanti imprecisioni d’esecuzione nel brano d’incipit: il flebile “Avevo” striscia tra sognanti tonalità ardenti e corde serpeggianti che si elettricizzano in attimi meno sospiranti. Il risultato oppugnante cede il miseo passo alla “Canzone Misogina Numero Uno (Silvia)”, pulita, essenziale, avvolta di poeticità soffice accompagnata da sottil dileggio, alquanto acuto. Fermo restando la possibile ricusazione del confronto, la mixture ‘silviana’ ripropone quella capacità di fondere ossimori concettuali senza disturbi estremi, tipici di De André. Per citarne altri come non evidenziare l’ottimo arrangiamento di Bastian Contrario in “Abitudini”: qui l’acustica si fonde ben bene con tensione elettrica e si getta in un ritornello liberatorio ‘a la Fabrizio Moro’ a 2/3 del brano per continuare con solitarie note. Cantautorato all’avanguardia. Ma il vero melodramma della canzone popolare e genio poetico si palesa in “Figuranti”: teatralità woodyalliana, naturalezza, plasticità sprofondano a metà opera in un refrain ancor più logorante: “Io sono un figurante, farebbe differenza se qui al mio posto ci fosse un altro,notereste la mia assenza?”. Tutto contornato da assoli discrepanti tra viluppi di toni caldi e strilli acutamente aridi in vuoti anfiteatri immersi in foreste dimenticate. Si continua con “Ottobre” che delicatamente ricorda la solitaria ars poetica cantata dei cracoviani Stare Dobre Małżeństwo (SDM). Si ultima con“Canzone Misogina Numero Tre (Trieste)” che stupisce non positivamente tra ridondanze retoriche vascorossiane ma si fa perdonare con improvvisa cesura celtik -punk proprio lì dove tutto pareva esser finito. Oserò senza paura a definirlo il “piccolo Brassens del Piave” che deve continuare con la sua immensa scelleratezza avanguardistico-sottil-arguta a concederci micro doni per macrobrividi. (ExtraMusicMagazine)

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